Domani della settimana scorsa

“Ammammà vieni, che le polpette di melanzane sono pronte”.
Nove magiche parole distraggono la mente immersa sui libri dell’ultimo scoglio universitario. Quando l’estate in miniatura appena vissuta è solo un ricordo, quando il paese si svuota paurosamente nel giro di un settimana, si ritorna al deserto che perdura circa undici mesi all’anno. Il silenzio e la quotidianità sono i protagonisti da Settembre a Luglio.
Un flusso migratorio chiamato comunemente “esodo”, ma ribattezzato da me e dai più: “mortorio”.

Adattato a questa nuova condizione, mi concentro totalmente sull’obiettivo per i giorni successivi.

Eccolo lì, il ponte Pietro Bucci, 2 km di gioventù, afoso e pieno di cubi. Le nuove matricole regalano sorrisi ad ogni singolo cubo che li accompagnerà per i prossimi anni.
Se c’è una cosa di cui vado fiero della mia terra è proprio l’Unical. Un campus meraviglioso, tra i migliori in Italia e fiore all’occhiello della Calabria.
Dal mio punto di vista, ho vissuto sempre il campus come un ambiente positivo, ricco di opportunità, pieno di ragazzi valorosi e in gamba. Ho sempre pensato che i giovani del campus avessero una marcia in più rispetto a tutti, e ancora lo penso. Una stima sulla fiducia, che è incrementata durante gli anni.

Passeggio in questa piccola cittadella dello studio, e mi dirigo verso il mio cubo. Come sempre mi sudano le mani, ma è una condizione collaudata ormai da parecchi esami, quasi non ci faccio più caso. Ho passato tante avventure divertenti ed emozionanti pre-esame che ci farei una puntata intera di Zelig Circus.

“Grazie mille professore, buona giornata”.
La prima sensazione che di solito si ha subito dopo un esame è l’enorme differenza di temperatura tra l’interno di un cubo e l’esterno. Della serie che prima ti abbracci con i pinguini e subito dopo ti ritrovi in Calabriafornia in costume e tavola da surf con 40° all’ombra.
Appurato che ormai la mia maglietta è bella e buona per il porta biancheria mi dirigo nuovamente verso il ponte.
Mentre osservo la fine dei 2 km più belli d’Italia, così ribattezzati da me, vivo sentimenti contrastanti. Felicità e malinconia sembrano due lottatori di sumo che consumano il loro match dentro di me.
Nemmeno due passi in più e già riaffiorano nella mia mente momenti tipici del “mortorio”. Ora prendono una sembianza paradossalmente vitale.

Il sugo e le salsicce cotte al lunedì mattina della chef per eccellenza, la mamma.
Il viaggio lungo la Reggio Calabria – Salerno, come mi diverte intitolarla.
La partita a calcetto con i colleghi.
Il gelato da Mery.
I panzerotti da Cannataro.
Il pranzo a mensa.
Le suonate a suon di Lira Calabrese con alcuni intenditori.
La pasta ai peperoni di Ciccio. I discorsi di Pietro. Il formaggio della nonna di Bruno. Le farfalle zucchine e gamberetti di Carlo.
Intervallare libri e PES con Alessio e Maurizio.

Non ho fatto neppure cento metri eppure sembra di vivere cinque anni, tutti insieme. Sento i profumi, le risate e gli schiamazzi.
Capisco che ogni studente che arriva in questa università cambia. Non puoi cambiare gli eventi, devi accettare questa condizione. Non appena verrai dotato di tesserino con il tuo nome più matricola diventi parte di qualcosa. Uno stato sociale che inevitabilmente sconvolgerà la tua vita.

“Non voltarti indietro, mai”. Una voce in lontananza mi richiama.

Oggi è già domani della settimana scorsa.
E’ ora di perseguire l’ultimo obiettivo prima di dare un arrivederci al più bel percorso che la vita potesse regalarmi.